La Salernitana Sport 1919 compie 90 anni. Quasi un secolo di vita vissuto, tra alterne fortune, in un susseguirsi di eventi, a volte esaltanti a volte burrascosi, che ne hanno caratterizzato la storia scritta con il sacrificio di pochi e con l’esaltazione di molti. Una leggera patina di polvere da quattro anni ha coperto il libro dei ricordi, le pagine ingiallite che racchiudono emozioni vissute da generazioni di tifosi che si sono passati il testimone della passione, dal terreno polveroso di Piazza d’Armi, al Vestuti e in seguito all’Arechi. Basta un delicato soffio e sotto la nuvoletta di polvere tornano alla luce le imprese di legioni di giocatori, allenatori, dirigenti più o meno onesti e tifosi appassionati oltre ogni limite.
Dall’album dei ricordi salta fuori l’immagine della vecchia Birraria Welten, e un gruppo di giovani salernitani reduci dalla Grande Guerra a gettare le basi per la costituzione dell’Unione Sportiva Salernitana, la squadra che nei sogni di Adalgiso Onesti, Matteo Schiavone, Vincenzo Giordano e di altri giovani avrebbe dovuto unire sotto un'unica bandiera tutti gli sportivi salernitani. Era il 19 giugno di novant’anni fa. Le maglie biancocelesti degli “striscioni” salernitani cominciarono a battagliare su campi infuocati della regione sfidando, oltre agli avversari in campo, i personalismi di dirigenti che anteponevano il campanile alla lealtà sportiva. Ma gli undici ragazzi di Salerno non abbassarono mai il capo; tra difficoltà enormi continuarono a tenere alto il nome della città fino al 1925 quando dovettero inevitabilmente ammainare bandiera.
Salerno non si arrese. Altri fotogrammi dal passato raccontano dell’Unione Sportiva Fascista Salernitana che in maglia granata riprese il cammino interrotto. Il grande portiere Finizio, celebrato da Alfonso Gatto, quello che abbandonava i pali per dar man forte ai tifosi salernitani impegnati nelle scazzottate con i tifosi avversari, il roccioso Apicella, il grande Bertagni; immagini quasi sbiadite, che rivivono nel cuore di chi non ha mai abbandonato la casacca biancoceleste prima e granata poi. Gerarchi fascisti in grande uniforme schierati nella tribuna del Littorio il giorno dell’inaugurazione di quello stadio che ha accompagnato sessant’anni di passione, dove la Salernitana ancora in maglia biancoceleste tagliò il traguardo della Serie B per la prima volta.
Anno di grazia 1938: il grande Sallustro, Totonno Valese, Ninuccio Iacovazzo, mister Hirzer, la “gazzella” ungherese a guidare una formazione che consegnò ai tifosi salernitani la prima grande soddisfazione. Il ritorno in Serie B, prima che le bombe di “Ciccio 'o ferrovier’” sostituissero le lacrime di gioia con quelle di dolore in una città sconvolta dagli eventi bellici.
Foto ingiallite raccontano della “strapaesana”, la squadra della rinascita formata esclusivamente da ragazzi salernitani che spopolò alla ripresa delle attività agonistiche. Era il 1945: tra boogie-boogie, le Turmac, tra la città affollata di militari, “segnorine” e sciuscià, la Salernitana ritornava per necessità e per caso alla maglia granata saltata fuori da un pentolone di colorante; il gesto indimenticabile di un grande presidente come Scaramella che donò l’Unione Sportiva Salernitana a un manipolo di sportivi che iniziò la scalata verso l’olimpo del calcio nazionale sotto lo stimolo dei gol del grande Margiotta, di Iacovazzo e Onorato. Le diavolerie tattiche di mastro Gipo e del suo Vianema, pietra miliare del calcio all’italiana; l’invenzione del libero, con il grande Alberto Piccinini che hanno fatto scrivere pagine indelebili della storia granata. La prima volta in Serie A. Il Grande Torino, le vittorie su Milan e Inter, le angherie di un arbitro e di un sistema politico che spedirono i Granata del sud in Serie B dopo appena un anno. Le immagini prendono colore. L’ippocampo, sulle maglie granata.
La lunga sequela di campionati di Serie B con Castaldo, De Fazio, Taccola. L’inferno della Serie C e il breve ritorno tra i cadetti grazie a Tom Rosati e alla sua giovane squadra, dove la stella di Pierino Prati "la peste” iniziò a brillare nel panorama calcistico mondiale. Fotogrammi più vicini a noi raccontano di 25 anni trascorsi nell’inferno della Serie C; “quelli del Vestuti”, generazioni di ragazzi temprati su campi di terza divisione, a sognare un ritorno nel calcio che conta. Capone, Valsecchi, Vitulano, Del Favero, Zaccaro, De Vitis, il grande Agostino Di Bartolomei, gli eroi dei tifosi degli anni '70-'80.
Poi la nostra storia cambia scenario: l’Arechi. Gli anni '90, anni magici: la favola della Rossi band, il ritorno in Serie B e la massima serie sfuggita per due volte consecutive all’ultimo secondo. I gol di Marco Di Vaio e il grande palcoscenico della Serie A che si riapre dopo cinquant’anni. Una gioia dalla breve durata, un risveglio amaro. Il battito di quattro cuori granata che si arresta nel rogo di un maledetto treno.
Gli ultimi fotogrammi raccontano di campionati di Serie B, di giovani promesse, di una serata vissuta al cardiopalma, per raggiungere una meritata salvezza. Baci, abbracci e la promessa di ritornare grandi. Poi, i fari dell’Arechi si spensero e il libro della nostra storia si chiuse d’improvviso. Per quattro anni. Che ciascun provi a riaccenderli, così ritrovando quella vecchia e inimitabile unione sportiva perduta.
Dall’album dei ricordi salta fuori l’immagine della vecchia Birraria Welten, e un gruppo di giovani salernitani reduci dalla Grande Guerra a gettare le basi per la costituzione dell’Unione Sportiva Salernitana, la squadra che nei sogni di Adalgiso Onesti, Matteo Schiavone, Vincenzo Giordano e di altri giovani avrebbe dovuto unire sotto un'unica bandiera tutti gli sportivi salernitani. Era il 19 giugno di novant’anni fa. Le maglie biancocelesti degli “striscioni” salernitani cominciarono a battagliare su campi infuocati della regione sfidando, oltre agli avversari in campo, i personalismi di dirigenti che anteponevano il campanile alla lealtà sportiva. Ma gli undici ragazzi di Salerno non abbassarono mai il capo; tra difficoltà enormi continuarono a tenere alto il nome della città fino al 1925 quando dovettero inevitabilmente ammainare bandiera.
Salerno non si arrese. Altri fotogrammi dal passato raccontano dell’Unione Sportiva Fascista Salernitana che in maglia granata riprese il cammino interrotto. Il grande portiere Finizio, celebrato da Alfonso Gatto, quello che abbandonava i pali per dar man forte ai tifosi salernitani impegnati nelle scazzottate con i tifosi avversari, il roccioso Apicella, il grande Bertagni; immagini quasi sbiadite, che rivivono nel cuore di chi non ha mai abbandonato la casacca biancoceleste prima e granata poi. Gerarchi fascisti in grande uniforme schierati nella tribuna del Littorio il giorno dell’inaugurazione di quello stadio che ha accompagnato sessant’anni di passione, dove la Salernitana ancora in maglia biancoceleste tagliò il traguardo della Serie B per la prima volta.
Anno di grazia 1938: il grande Sallustro, Totonno Valese, Ninuccio Iacovazzo, mister Hirzer, la “gazzella” ungherese a guidare una formazione che consegnò ai tifosi salernitani la prima grande soddisfazione. Il ritorno in Serie B, prima che le bombe di “Ciccio 'o ferrovier’” sostituissero le lacrime di gioia con quelle di dolore in una città sconvolta dagli eventi bellici.
Foto ingiallite raccontano della “strapaesana”, la squadra della rinascita formata esclusivamente da ragazzi salernitani che spopolò alla ripresa delle attività agonistiche. Era il 1945: tra boogie-boogie, le Turmac, tra la città affollata di militari, “segnorine” e sciuscià, la Salernitana ritornava per necessità e per caso alla maglia granata saltata fuori da un pentolone di colorante; il gesto indimenticabile di un grande presidente come Scaramella che donò l’Unione Sportiva Salernitana a un manipolo di sportivi che iniziò la scalata verso l’olimpo del calcio nazionale sotto lo stimolo dei gol del grande Margiotta, di Iacovazzo e Onorato. Le diavolerie tattiche di mastro Gipo e del suo Vianema, pietra miliare del calcio all’italiana; l’invenzione del libero, con il grande Alberto Piccinini che hanno fatto scrivere pagine indelebili della storia granata. La prima volta in Serie A. Il Grande Torino, le vittorie su Milan e Inter, le angherie di un arbitro e di un sistema politico che spedirono i Granata del sud in Serie B dopo appena un anno. Le immagini prendono colore. L’ippocampo, sulle maglie granata.
La lunga sequela di campionati di Serie B con Castaldo, De Fazio, Taccola. L’inferno della Serie C e il breve ritorno tra i cadetti grazie a Tom Rosati e alla sua giovane squadra, dove la stella di Pierino Prati "la peste” iniziò a brillare nel panorama calcistico mondiale. Fotogrammi più vicini a noi raccontano di 25 anni trascorsi nell’inferno della Serie C; “quelli del Vestuti”, generazioni di ragazzi temprati su campi di terza divisione, a sognare un ritorno nel calcio che conta. Capone, Valsecchi, Vitulano, Del Favero, Zaccaro, De Vitis, il grande Agostino Di Bartolomei, gli eroi dei tifosi degli anni '70-'80.
Poi la nostra storia cambia scenario: l’Arechi. Gli anni '90, anni magici: la favola della Rossi band, il ritorno in Serie B e la massima serie sfuggita per due volte consecutive all’ultimo secondo. I gol di Marco Di Vaio e il grande palcoscenico della Serie A che si riapre dopo cinquant’anni. Una gioia dalla breve durata, un risveglio amaro. Il battito di quattro cuori granata che si arresta nel rogo di un maledetto treno.
Gli ultimi fotogrammi raccontano di campionati di Serie B, di giovani promesse, di una serata vissuta al cardiopalma, per raggiungere una meritata salvezza. Baci, abbracci e la promessa di ritornare grandi. Poi, i fari dell’Arechi si spensero e il libro della nostra storia si chiuse d’improvviso. Per quattro anni. Che ciascun provi a riaccenderli, così ritrovando quella vecchia e inimitabile unione sportiva perduta.





